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Circa due anni fa, in occasione del lancio del bando di concorso del Pdff, Gabriele Farina, autore e speaker di Border Radio, ci invitò a La Corazzata Cotionkin per parlare del festival e più in generale di mockumentary.

Insieme a noi c’era un giovanissimo e alquanto talentuoso regista, Maxì Dejoie, il quale stava promuovendo il suo primo lungo The Gerber Syndrome: Il contagio: un perfetto equilibrio tra falso documentario e zombie movie, con uno spessore tematico tutt’altro che scontato.

«In verità, – ci racconta Maxì, che raggiungiamo in Germania grazie a Skype (e che troviamo in compagnia di Virginija Vareikytė, co-regista insieme a lui del documentario in produzione FIVE: Stories from KGB) – ero partito con l’idea di fare un film sugli zombie, semplicemente perché mi divertiva il pensiero. Quando ne ho parlato con Claudio Bronzo, il produttore, è stato lui a suggerirmi di pensare a un mockumentary per abbattere i costi di produzione. Un consiglio avveduto che ha portato fortuna al film e mi ha anche fatto affrontare il tema in un modo diverso. L’anno di The Gerber Syndrome era anche l’anno della cosiddetta influenza suina. Per costruire una storia che potesse essere raccontata attraverso il linguaggio del mockumentary non solo mi sono documentato sulla H1N1, ma ho incominciato ad approfondire tutta una serie di malattie virali avvalendomi di esperti in materia: dalla virologa, al medico che per anni ha lavorato negli ospedali in Africa a stretto contatto con le malattie più contagiose come la sifilide e la malaria. Ogni sintomo che racconto nel film esiste ed è collegabile a una malattia diagnosticabile. Chiaramente l’averle collegate tutte a un unico virus è l’iperbole utile come espediente narrativo, ma la verità è che non mi sono inventato nulla. Nemmeno la creazione a tavolino di una malattia, azzardo a dire, che è proprio il nucleo centrale del film; il tema sul quale desideravo e speravo che, al di là della messa in scena horror, lo spettatore si soffermasse a riflettere»

Il film, realizzato con un budget di 35000€ e l’aiuto e la passione di molti professionisti, ha avuto un sacco di fortuna (se si può definire fortuna un risultato del tutto meritato): distribuito da Videa, immesso sul mercato in un’edizione DVD davvero ben concepita (firmata Eagles Pictures) e disponibile su iTunes in ben 45 Paesi, ha ottenuto menzioni e premi in circa 15 festival in giro per il mondo, tra i quali il Vilnius International Film Festival, o Kino Pavasaris (tradotto: primavera del cinema).

«Durante il soggiorno a Vilnius per l’IFF, ho avuto la possibilità di andare a visitare il Museo delle vittime del genocidio. Difficile trovare le parole per descrivere come mi sia sentito nel percorrere le prigioni che sono rimaste intatte, così com’erano nel ’91, l’anno della definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. E da quelle prigioni sono passati proprio i ‘migliori': i bolscevichi durante la Rivoluzione, i Nazisti nella Seconda Guerra Mondiale e poi il KGB. Tutte le cose terrificanti che sono successe là dentro, dalle esecuzioni a torture difficili da immaginare per una mente sana, erano ancora respirabili in quegli spazi della memoria. Sono uscito dal Museo deciso di voler fare di quelle storie un film»

Per la seconda volta, tra Maxì e il suo progetto cinematografico, si inserisce l’esperienza di Claudio Bronzo che, conoscendo ormai bene la modalità di lavoro del suo giovane regista, caratterizzata da una certa acribia nelle ricerche nello studio della materia e nel reperimento delle fonti, gli suggerisce di cimentarsi piuttosto con un documentario.

«Un falso documentario, in questo caso, non avrebbe aggiunto nulla alla storia: abbiamo raccolto testimonianze talmente surreali che è già difficile riuscire a credervi di per sé»

Maxì, a questo punto, decide di coinvolgere nel progetto una giovane regista lituana con alle spalle una lunga esperienza di documentari a carattere storico e culturale: Virginija Vareikytė.

«Quando Max mi ha chiesto di collaborare, – ci dice Virginija con il perfetto italiano imparato in soli quattro mesi di soggiorno in Italia – non ero molto convinta. Non che l’idea non fosse interessante, ma in Lituania, dove sono nata e cresciuta, l’argomento è stato così sfruttato dibattuto e strumentalizzato che è diventato indigesto alla popolazione. Non pensavo lontanamente di entrare nel progetto come co-regista: ero contenta di poter dare una mano a un collega che voleva fare un lavoro nel mio Paese perché, ho pensato, se mi fossi trovata un giorno a fare un documentario in Italia mi sarebbe piaciuto trovare un italiano che mi supportasse nell’impresa. Ho iniziato a incontrare Vytautas Urbonas (uno dei personaggi del documentario, ndr), un ex interrogatore, e a parlare con lui. Incontro dopo incontro mi accorgevo che la sua storia mi prendeva sempre di più: dietro all’interrogatore che agiva a nome e per conto del KGB, c’era una vittima. La vittima di un sistema capace di insinuarsi nelle debolezze dell’uomo e pilotarne le azioni. Dopo un anno di incontri fatti di parole, silenzi, prese di coscienza, l’ho convinto a concederci un’intervista filmata. A quel punto mi sono accorta che per quanto avessi rifiutato di entrare interamente nel progetto, il progetto mi aveva già tirata dentro, e ne sono felice»

I personaggi di FIVE: Stories from KGB sono estremamente interessanti. Le loro vite e i loro rispettivi caratteri, restituiscono un quadro assai complesso e completo di quel che è stato il KGB per chi lo ha vissuto sia dalla parte del perseguitante, sia dalla parte del perseguitato. C’è chi è diventato dissidente per un desiderio di libertà più personale che ideologico, come Julius Sasnauskas. Chi è entrato nel KGB perché affascinato sin da bambino dai film di spionaggio, come Danas Arlauskas. Chi ha fatto della dissidenza un principio al quale votarsi a discapito di tutto. Come Algirdas Statkeviciai.

«Spesso, intervistando Algirdas e Ona Statkeviciai, – continua Virginija – mi domandavo: come diavolo ha fatto Ona a rimanere al fianco di un marito (un attivista dissidente arrestato per ben tre volte dal KGB con sette anni di ospedale psichiatrico sulle spalle, ndr) che ha sempre messo davanti all’amore e alla famiglia, la lotta e la contestazione? La risposta è arrivata durante una delle interviste. Ona ci aveva appena raccontato di quando Algirdas aveva deciso di andare negli Stati Uniti per cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica americana e raccogliere firme. Rimasero lontani qualche anno: uno tutto preso dalla sua guerra, l’altra ancora una volta dedita alla famiglia.  A un certo punto, Ona, con gli occhi lucidi, ci ha detto: “ho capito che nonostante tutto il dolore e la sofferenza portati dalle sue scelte, Algirdas mi mancava terribilmente. Lo amavo e lo amo ancora oggi che è vecchio e malato e io lo vedo bello come il primo giorno che ci siamo incontrati”»

FIVE: Stories from KGB, co-prodotto da  Claudio Bronzo per Indastria (IT) e Dagne Vildziunaité per Just a Moment (LT), ha ricevuto supporto dal Piemonte Doc Film Fund, dal Ministero della Cultura della Lituania e dal Lithuanian Film Centre, tuttavia i fondi ricevuti coprono soltanto parzialmente il costo della produzione che si aggira intorno ai 100000€.

Maxì e Virginija, per nulla intimiditi, si sono lanciati in una  campagna crowdfunding mettendoci, ancora una volta, faccia e lavoro (sì, la stanno curando loro!), noi pensiamo valga la pena sostenerli: la storia che promettono di raccontarci è intima; è la vita di cinque persone che hanno vissuto in prima persona il KGB e possono restituirlo attraverso le ferite, le immagini impresse nei loro occhi e gli spesso ingombranti ricordi archiviati nelle loro teste. Insomma: una storia che merita davvero di essere raccontata. 

Auguriamo a FIVE: Stories from KGB di arrivare, con questi ultimi 15 giorni di campagna, al goal di 7000€ prefissato.

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