“La libera repubblica di Roddino” – Intervista a Francesco Tinarelli

I fiz contini, al secolo Francesco Tinarelli, Andrea Ventura, Marco Vivaldi: sono loro i trionfatori del PDFF 2023 con il mockumentary “La libera repubblica di Roddino”. Un successo che non ha solo a che fare con i risultati della giuria, ma con un’esperienza che, partita con qualche momento di panico, si è trasformata in una settimana decisamente bella e importante. Potevamo farci sfuggire l’occasione per intervistare Francesco e chiedergli di raccontarci tutto nei dettagli? Certo che no!

Francesco, come siete arrivati al progetto per “La libera repubblica di Roddino”?

“Beh, diciamo subito che siamo partiti senza aver impostato niente, quindi senza qualcosa di effettivamente pronto. Abbiamo fatto un primo incontro su Skype con alcune persone di Roddino, tra cui il sindaco e il presidente della ProLoco: questo spazio ci è servito per farci raccontare un po’ di cose del borgo e della vita in paese, con le sue caratteristiche. È stato insomma un excursus su tutto quello che la realtà di Roddino riserva. Casualmente, durante questa chiacchierata c’è stata una cosa che ci ha colpito più di altre, cioè che Roddino è un paese un po’ sfortunato. Ci hanno raccontato una serie di cose, iniziative e quant’altro nate dal fatto che il paese è sempre stato un po’ tagliato fuori…”

E così avete deciso di giocare sul fatto che Roddino segna un po’ il confine tra l’Alta Langa e la Langa del Barolo…

“Esatto, e tutta questa serie di episodi sfortunati e rocamboleschi ci ha fatto scattare l’interesse. Ci siamo confrontati su questa scelta e abbiamo pensato di lavorare per raccontare la storia di un paesino che ha deciso, per via dei problemi legati al confine, di staccarsi da tutti gli altri e diventare indipendente. La prima idea è stata questa, anche se ci siamo trovati un attimo in difficoltà perché non sapevamo se agli abitanti potesse piacere o se si sentissero un po’ “insultati”. Allora abbiamo fatto un secondo incontro, e così abbiamo scoperto per pura casualità che sono gli stessi abitanti di Roddino a scherzare da 40 anni sull’indipendenza! È stato una specie di amore a prima vista con gli abitanti di Roddino, e da lì ci siamo convinti di lavorare su questo canovaccio e abbiamo buttato giù una piccola sceneggiatura”.

A proposito di vicende rocambolesche, anche voi non vi siete fatti mancare il colpo di scena…

“Ci eravamo dati l’obiettivo, per la settimana del Festival, di parlare il più possibile con gli abitati per farci raccontare le loro storie partendo proprio dall’ossatura del nostro documentario. Ma bisogna fare una parentesi sulla squadra di lavoro, perché il giorno prima della partenza i due ragazzi che erano in team con me hanno dato forfait per problemi di salute”.

E quindi?

“Fortunatamente siamo riusciti in pochissime ore a costruire una nuova squadra e abbiamo iniziato. Da lì in poi è stata veramente una serie infinita di scherzi e di battute nate a Roddino e nel mondo del Festival. Per esempio ci avevano raccontato di uno scherzo pensato da anni, cioè quello di costruire una diga per allagare un vicino! Oppure c’erano le signore al bar che giocavano a carte e tutti che si fermavano a guardarle. Diciamo che abbiamo rielaborato tutti i racconti e le cose che abbiamo visto dentro un racconto più generale, tenendo fermi degli elementi più strutturali, come per esempio una riflessione sul cambiamento climatico e gli ecosistemi all’interno della comunità, ma anche, poi, un sacco di elementi divertenti e ironici che secondo noi definivano benissimo l’idea”.

C’è un aneddoto particolare che ci puoi svelare? Avete mai pensato di aver sbagliato idea?

“Avevamo talmente poco tempo e l’idea ci piaceva così tanto che non abbiamo avuto modo di pensare di esserci sbagliati. E poi è nata una specie di simbiosi col paese e ci ha fatto sentire super incentivati nel lavoro. Secondo me l’aneddoto più carino è quello sul giorno in cui dovevamo andare a fare le riprese per la finta diga e dovevamo trovare un modo per rendere il tutto più realistico possibile, magari con una minima scenografia, anche con quel poco che potevamo. Avevamo chiesto un po’ in giro ed è finita con un camion, una ruspa escavatrice e Angela, il personaggio che poi nel corto dirige i lavori, che si è presentata con due caschetti da lavoro, mentre suo figlio ha portato una livella ottica. Avevano anche fatto dei progetti disegnati di come sarebbe stata la diga e del territorio, e il falegname di Roddino aveva messo su una specie di mini progetto in legno di come doveva essere la parte esterna della diga e anche realizzato un bellissimo ciak da utilizzare, con scritto “ciak si gira” sopra”.

Vabbè, super!

“Sì, ce ne sono stati tantissimi altri, ma questo ci è piaciuto molto sia per la comicità sia anche perché quel giorno abbiamo capito quanto alle persone di Roddino stesse piacendo il progetto. Ci siamo resi conto che eravamo riusciti a entrare in contatto con loro e si sono resi disponibili a giocare un po’ con noi”.

Ve lo aspettavate da questa esperienza al PDFF?

“Non so esattamente cosa mi aspettavo: avevamo avuto un po’ di racconti di altri amici che avevano partecipato anni prima, però per me, che vorrei fare il regista, è stata un’esperienza bellissima sotto tanti punti di vista diversi. Rispetto al mio sogno è stato un primo modo per mettermi in gioco. Tralasciando la vittoria, il risultato dal punto di vista personale per me ha a che fare con l’ambiente in cui abbiamo lavorato e con quello che si è costruito, che mi ha dato molta sicurezza. Dal punto di vista generale è stata un po’ tipo… una di quelle piccole storie magiche in cui affronti tantissimi problemi, e poi dopo, non si sa bene come, si crea qualcosa di bello”.

Insomma, Roddino nel cuore!

“Ho costruito un bellissimo rapporto con tutto il paese, e ci sono tornato anche dopo il PDFF! Non avevo avuto tempo di organizzare le vacanze e quando ho avuto dei giorni liberi, dopo aver tanto rotto le scatole alla mia ragazza su Roddino ho detto “Andiamoci”. E ci siamo ritrovati, la prima sera, a una cena che avevano organizzato praticamente tutti i volontari della ProLoco e dei vari enti di Roddino, una cosa enorme in cui ho rivisto tutti quanti. Il sindaco aveva organizzato all’interno di una sala del Comune una proiezione per far vedere a tutti il cortometraggio, anche a coloro che al PDFF non avevano potuto partecipare. È finita che hanno dovuto fare due proiezioni perché erano in troppi! Non so se il PDFF sia così per tutti, però per me è stato veramente una piccola storia magica con tutti i suoi risvolti positivi: mi sono trovato all’interno di un paese che ci ha accolto benissimo e con cui siamo riusciti a stringere veramente un bellissimo legame”.

Quindi ci sono progetti per il futuro!

“Ci stiamo pensando…”

Ma in tutta Roddino, chi sono i vostri personaggi memorabili?

“In realtà tutti sono stati memorabili: Giancarlo, il presidente della ProLoco, è stata la figura che ci ha seguito di più, perché il sindaco era davvero in vacanza in Spagna, quindi tutto quello che abbiamo costruito [N.d.R.: un collegamento vero dalla Spagna, basato su un’idea di sceneggiatura] cercava di risolvere questo problema… Non poteva dire di no a quella vacanza senza mettere a rischio il matrimonio! Tornando a Giancarlo, è stato con noi dal primo all’ultimo giorno e ci ha aiutato in tutti i modi. Un’altra storia carina è quella di Roberto, il fornaio, tra virgolette, perché in realtà ha una ditta. Dopo aver visto il documentario ci hanno detto in molti di non aspettarsi che Roberto potesse essere così: in genere è una persona molto simpatica, e con noi è riuscito a tirare fuori una serietà insolita. Io ci ho visto una grandissima passione per quello che fa, ed è riuscito a trasmetterla benissimo. Un altro personaggio è Ivano, che all’inizio non si faceva convincere a partecipare, ed è un tipo solitario. È stato molto comico perché siamo riusciti a convincerlo, infine, e da quella giornata non ha smesso di seguirci! Ci sono anche Angela, che ci ha portato in giro tutti i giorni, e Luciana, che era sempre con noi e ci ha dato una mano: in realtà ci hanno aiutato tutti, ognuno si è prestato non solo a essere ripreso ma a partecipare alla creazione della nostra idea”.

Secondo te è questo spirito di gruppo ad avervi fatto vincere?

“La chiave è forse stata questa: non solo siamo riusciti a coinvolgere le persone, ma a farlo in maniera attiva. Ognuno, oltre a recitare, si è dato da fare per costruire tutto l’apparato delle scene”.

Che ne pensi del mockumentary? Ti eri mai cimentato col genere?

Io arrivo dall’Accademia di cinema di Ferrara e al primo anno un docente ci aveva dato come consegna quella di creare un piccolo mockumentary. Il genere mi piace moltissimo, ammetto che mi interesserebbe anche tornarci in futuro, magari declinando il documentario in forme diverse dalla classica intervista: io sono un grande appassionato dei film di Alessandro Comodin che non utilizza il mockumentary, ma gioca su delle menzogne, su della fiction diciamo così, per parlare di verità. Staremo a vedere!

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